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L'annuncio di Zavos all'Independent. Clonati 14 embrioni umani, 11 trasferiti nell'utero di quattro donne. Un documentario testimonia la procedura. Nessuna gravidanza è andata a buon fine, ma "è un primo passo"
LONDRA - "La nascita del primo bambino clonato è vicina": l'annuncio shock arriva, ancora una volta, da un controverso medico, l'andrologo di origini cipriote oggi cittadino americano Panayotis Zavos, dell'università del Kentucky, che sostiene di aver clonato 14 embrioni umani e di aver trasferito 11 di essi nell'utero di quattro donne che hanno così avuto la possibilità di tentare di dare vita ai primi embrioni creati appositamente per la riproduzione. La clonazione, scrive The Independent, è stata filmata in un documentario.
Zavos avrebbe così rotto l'ultimo tabù etico e scientifico. Per farlo si è rivolto a un laboratorio segreto, probabilmente in Medio Oriente, dove la clonazione non è un reato come nella maggior parte degli altri paesi. La cautela è d'obbligo perché il medico non è nuovo ad annunci del genere: già nel 2004 aveva detto di aver impiantato un embrione umano clonato in una donna, ma non fornì prove in merito attirandosi molte critiche dal mondo scientifico, sostanzialmente scettico. Questa volta, si legge sull'Independent, la procedura, prima dell'impianto in utero, è stata ripresa in video dal documentarista Peter Williams, per Discovery Channel, che trasmetterà il servizio questa sera.
"Non si può continuare a rilasciare dichiarazioni senza fare riferimento a dati scientifici, pubblicati su riviste specializzate e sottoposti alla peer review", commenta scettico a Repubblica.it il genetista Bruno Dalla Piccola. "Se studi su modelli animali complessi indicano che il procedimento non è impensabile sull'uomo, è ancora tutta da dimostrare la sua utilità", sottolinea lo scienziato. "E un documentario non è una prova sufficiente. Quello che serve sono prove di laboratorio. Senza quelle ogni annuncio è ingiustificato", conclude Dalla Piccola.
I pazienti coinvolti negli esperimenti di Zavos sono tre coppie sposate ed una donna single, provenienti da Gran Bretagna, Stati Uniti e da un paese mediorientale, riferisce il quotidiano britannico nella sua edizione online. Nessuno degli embrioni impiantati ha portato ad una gravidanza effettiva, ha sottolineato Zavos, che però si è detto convinto che si tratti del "primo capitolo" verso la creazione di un essere clonato a partire dalle cellule della pelle di uno dei genitori: "Se intensifichiamo i nostri sforzi - ha dichiarato - possiamo arrivare ad avere un bambino clonato nell'arco di 1-2 anni".
In passato altri embrioni umani clonati sono stati prodotti, ma a scopo di ricerca e per estrarne cellule staminali e non al fine di essere impiantati in donne per ottenere una gravidanza. Questa volta sarebbe tutto diverso. La finalità, ha detto chiaramente Zavos, è la riproduzione: "La mia ambizione - ripete - è aiutare le persone". E ha rivelato altri particolari inquietanti, come l'annuncio di aver prodotto embrioni clonati da tre persone morte, inclusa una bambina statunitense di dieci anni di nome Cady morta in un incidente automobilistico. Decisione presa su richiesta dei familiari delle vittime.
Alcuni degli embrioni clonati si sono sviluppati fino ad uno stadio di 4 cellule prima di essere trasferiti, ma altri si sono sviluppati fino ad uno stadio di 32 cellule - definito 'morula'. Secondo il quotidiano britannico, sarebbero decine le coppie che avrebbero contattato il ricercatore nella speranza di poter superare i propri problemi di infertilità attraverso l'utilizzo della stessa tecnica di clonazione che venne usata per la creazione della pecora Dolly nel 1996.
(fonte repubblica.it)
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La tecnologia e' ora in grado di scrutare nella mente per catturare immagini, parole, suoni e ricordi, anche quelli piu' antichi e remoti, rimasti in fondo all'inconscio

Anche i pensieri non saranno piu' un 'mistero' custodito nella nostra mente. Con i computer e la risonanza magnetica, la tecnologia ora e' in grado di scrutare nella mente delle persone per catturare immagini, parole, suoni e ricordi, anche quelli piu' antichi e remoti, rimasti in fondo al buio dell'inconscio. E da queste nuove tecnologie applicate allo studio del cervello e della mente umana si aprono prospettive incoraggianti per la cura di alcune malattie ma anche per le indagini sui crimini. Con l'aiuto di queste tecniche, infatti, si potranno smascherare le bugie degli indagati come non e' possibile fare ora con le attuali 'macchine della verita''. Inquietanti, pero', i rischi sulla violazione della privacy interiore di un individuo che si aprono con queste ricerche.
A tracciare lo scenario di questa nuova e incredibile pagina della scienza e' il periodico "Focus" che, nel nuovo numero in uscita oggi, dedica un'inchiesta alla Risonanza Magnetica Funzionale per Immagini (fMri) che consente "effettivamente di leggere cosa succede nel cervello di una persona", le "immagini viste, le parole dette e udite e le voci ascoltate". Ma non solo. Anche i percorsi effettuati e perfino le intenzioni e le percezioni inconscie". Niente a che vedere con i film di fantascienza, avverte 'Focus', ma i neuroscienziati gia' segnalano che sta diventando urgente regolamentare l'uso di queste tecnologie prima che ledano l'ultima frontiera di inviolabilita' di una persona: i pensieri.
La fMri, inventata nel 1988 da Seiji Ogawa, biofi sico degli At&t Bell Laboratories, si e' diffusa dalla seconda meta' degli anni '90: la tecnica evidenzia le cellule del cervello che stanno lavorando perche' 'vede' l'ossigeno che consumano. In oltre un decennio di ricerca i neuroscienziati, studiando i malati, si sono fatti un'idea abbastanza precisa dei compiti svolti dai vari gruppi di cellule nervose e della loro collocazione e da pochi anni studiano il cervello nel suo normale funzionamento per carpire i segreti della mente.
Nel 2002 Daniel Langleben, psichiatra all'University of Pennsylvania, aveva deciso di verificare, ricorda il periodico scientifico, se, guardando l'attivita' cerebrale, e' possibile scoprire chi bara al gioco. Aveva dato ad alcuni studenti 2 carte da gioco a lui sconosciute invitandoli a memorizzarle. Poi li aveva sollecitati a mentire su una carta e a dire la verita' sull'altra. Quindi li aveva sottoposti a fMri mentre su un visore compariva ogni 3 secondi una carta a caso. Dalle reazioni del loro cervello, fedelmente riportate dalla fMri, Langleben aveva affermato di essere in grado di riconoscere con una precisione dell'86% quali erano le carte in mano agli studenti e su quali mentivano.
Barare al gioco Certo, mentire dopo essere stati invitati a farlo e' diverso dal mentire per non finire sulla sedia elettrica, ma questo studio, scrive Amelia Beltramini, basto' per entusiasmare due aziende americane, la No Lie e la Cephos Corp, che si sono lanciate nel business delle macchine della verita' con fMri, sicuramente piu' attendibili del poligrafo. Nel 2006 Feroze Mohamed, della Temple University di Filadelfia (Usa), confrontando poligrafo e fMri, scriveva sulla rivista Radiology. "Mentire -sottolineava- attiva aree del cervello diverse rispetto a quelle attive quando si dice la verita'".
Se per mentire si attivano 14 aree, per dire la verita' se ne attivano 7, diverse. E Feroze Mahamed aggiungeva: "L'attivita' cerebrale non e' controllabile con la volonta'. La nostra ricerca propone di usare, per scoprire chi mente, un nuovo metodo oggettivo e tanto affidabile da poter essere introdotto nei tribunali". Altri neuroscienziati, pero', obiettano oggi che gli studi sono stati svolti su studenti universitari e non su sociopatici, criminali e bugiardi patologici; che la maggioranza degli studi coinvolge al massimo 20 soggetti e che le ricerche pubblicate fi nora su riviste serie sono in tutto una dozzina. Nel frattempo, pero', i ricercatori hanno usato la fMri per fare scoperte interessanti.
Foto dell'inconscio John-Dylan Haynes, del centro di ricerca Max Planck di Lipsia, e Geraint Rees, dell'University College London, per esempio, hanno visto l'inconscio in azione. E ancora. E' possibile anche vedere le intenzioni prima ancora che si concretizzino in azioni. La capacita' di decodificare quel che avviene nel cervello si basa sulla multivariate pattern recognition, l'analisi del variare di parametri nelle immagini cerebrali scansionate. Oltre alla fMri, infatti, sono necessari computer 'allenati' a riconoscere i modelli dell'attivita' cerebrale che accompagnano le diverse intenzioni e software come quelli usati per individuare il proprietario di determinate impronte digitali. Ed e' solo l'inizio.
Per poter 'leggere' la mente bisogna prima studiare lo schema di ogni singolo pensiero. Uno schema che, si e' appena scoperto, e' caratteristico di ogni individuo. Jan Willem Koten, dell'Universita' di Aachen in Germania, ha svelato il 26 marzo scorso su Science che neppure i gemelli identici hanno gli stessi schemi cerebrali, anche se fra le loro mappe c'e' una maggiore somiglianza che fra quelle dei gemelli non identici. Riuscire a 'riconoscere' l'immagine o il suono che un altro individuo sta vedendo o udendo non puo' quindi essere standardizzato e richiede ore e ore di allenamento personalizzato mentre il soggetto e' nella fMri e il software del decoder si adegua progressivamente a mimare la trama di quel cervello.
Insomma, per ora nessuno ha ancora creato una mappa universale con cui decodificare anche una sola attivita' di molti cervelli. E per ora i ricercatori riescono a distinguere solo i pensieri alternativi, come sommare o il suo contrario, sottrarre. Gran parte della ricerca ora punta pero' alla corteccia visiva. "Il sistema visivo e' complicato -spiega Jack Gallant dell'University of California, a Berkeley- perche' consiste in parecchie decine di moduli distinti (aree visive) disposti in rete parallela, gerarchica e altamente interconnessa. Inoltre e' strettamente integrato con altri sottosistemi sensoriali, mnemonici e del linguaggio. A causa di questa interconnettivita' e poiche' il cervello e' costruito su un principio modulare, la ricerca sulla visione ha implicazioni importanti per capire anche altri sistemi cerebrali".
Questo lascia ipotizzare il percorso futuro di queste ricerche. "Probabilmente -dice Gallant- le aree visive sono utilizzate anche nei ricordi e nei sogni e se questo e' vero dovremmo riuscire a ricostruire le immagini presenti in entrambe". Dalla lettura delle immagini nel cervello alla lettura dei simboli, siano essi lettere o numeri, il passo e' breve. Ed in futuro, quindi, e' probabile che si potranno leggere pensieri e sogni altrui, cosi' come gli esperimenti di Elia Formisano aprono la strada alla cassaforte dei ricordi delle voci, quindi anche della musica e delle parole memorizzate. Ma anche dei luoghi.
Eleanor Maguire, dell'University College di Londra, ha letto nell'ippocampo dei suoi volontari i percorsi effettuati nello spazio. Quando ci si sposta, nell'ippocampo si attivano neuroni 'di localizzazione' che hanno il compito di dirci dove siamo. Maguire ha usato la fMri per seguire l'attivita' di questi neuroni mentre 4 volontari si spostavano in una realta' virtuale e poi ha elaborato i dati con un algoritmo.
E' solo un primo passo: l'ippocampo e' coinvolto anche nella pianificazione del futuro. Tutto cio' apre scenari meravigliosi e terribili. Dice Haynes: "Se disponi di una tecnica che consente ad altri di leggere cio' che pensi, devi anche disporre di linee guida chiare che definiscano quando e come si possono utilizzare questi strumenti. Molti, ad esempio, vogliono che si possa leggere nei loro pensieri: i tetraplegici, che potrebbero cosi' comandare protesi meccaniche con il pensiero". "Ma prima che la ricerca varchi altre frontiere -avverte- bisogna accompagnarla a un'attenta riflessione, degli scienziati e della societa' civile, sugli usi di queste scoperte e prevedere quali potrebbero essere le applicazioni negative per la liberta' individuale".
(fonte focus.it)
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Una ricerca indica che chi ne fa uso al pomeriggio riduce il consumo di «merende»

Non sarà elegante, ma masticare le gomme riduce la voglia di snack dolci e, alla fine, aiuta a controllare il peso. E non importa se si è uomini o donne: il sistema funziona per tutti. Ma quanto bisogna masticare? Quindici minuti ogni ora per tre volte nel corso di un pomeriggio, ci dicono i ricercatori americani della Louisiana State University di Baton Rouge. Che il chewing gum riducesse la sensazione di fame già si sapeva, ma questa volta Paula J. Geiselman , che ha presentato i risultati della nuova ricerca a New Orleans in occasione di un meeting di biologia sperimentale, ha analizzato, per la prima volta, anche la composizione dei micronutrienti contenuti negli snack.
UN PANINO PER PRANZO - Allo studio hanno partecipato 115 uomini e donne di età compresa fra i 18 e i 54 anni, regolari consumatori di chewing gum. In una prima seduta i partecipanti hanno mangiato, per pranzo, un sandwich con un contenuto di calorie pari a un quarto del consumo giornaliero raccomandato. E poi hanno cominciato a masticare gomme per un quarto d’ora ogni ora. Nella seconda seduta, invece, stesso panino, ma niente chewing gum. I partecipanti, dopo ogni seduta, dovevano compilare un questionario per indicare l’entità del senso di fame provato in quelle ore, la voglia di consumare snack e se si sentivano, o meno, privi di energie.
NIENTE SONNOLENZA - Dopo le tre ore, veniva permesso loro di scegliere fra vari tipi di snack, a diverso contenuto di zuccheri e di grassi, e di mangiarne quanti ne volevano. Quando le persone avevano masticato gomme, sentivano meno appetito, non erano particolarmente attratti da cose dolci e non lamentavano cali di energia o sonnolenza durante il pomeriggio, a differenza di quando, invece, non masticavano nulla. Qualcuno dirà che uno snack non è poi gran cosa, ma, alla distanza, anche l’eliminazione di una minima quantità di calorie può avere la sua importanza nel controllo del peso.
(fonte corriere.it)
Lo stress post-traumatico che colpisce le persone che sono esposte a situazioni pericolose, traumi, shock e altri fattori particolarmente stressanti è una situazione che si manifesta più avanti nel tempo con modalità a volte molto intense e repentine.
È il caso dei bambini esposti a scene di violenza, non solo subite sulla loro pelle ma anche soltanto vissute come testimoni. Il solo fatto di abitare in zone dove la violenza è più accentuata espone al rischio di sviluppare tutta una serie di sintomi e risposte fisiologiche che vanno ad intaccare la salute. Lo afferma un nuovo studio pubblicato sulla versione online dello “Springer's International Journal of Behavioral Medicine”.
Condotto da ricercatori della Harvard School of Public Health suggerisce che i bambini esposti a scene di violenza mostrano una perturbazione nella normale produzione di cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress che viene prodotto in una certa misura al mattino per poi scendere drasticamente durante la giornata.
I ricercatori fanno presente che i cambiamenti indotti nella produzione del cortisolo dallo stress, possono incidere sul sistema immunitario e sulla produzione di grasso addominale noto fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e il diabete. Il dr. Shakira Franco Suglia, che ha guidato il team di ricerca, sottolinea come nello studio che ha esaminato l'incidenza dell’esposizione alla violenza sui marcatori della risposta allo stress nei bambini, si sia evidenziato come anche solo assistere a fatti violenti pesi sulla produzione dell’ormone dello stress.
In particolare, hanno esaminato l'influenza dei sintomi da stress post-traumatico come, per esempio, difficoltà di attenzione o di sonno, pensieri intrusivi, flashback, preoccupazioni ecc. sulla produzione quotidiana di cortisolo in 28 ragazze e 15 ragazzi di età compresa tra 7 e 13 anni.
Dai dati raccolti è apparso evidente come i bambini che hanno ottenuto un più alto punteggio associato ai sintomi da stress post-traumatico, abbiano una significativa e maggiore perturbazione nella produzione di cortisolo. Ormone che è stato rilevato essere più alto nel pomeriggio e alla sera, quando invece dovrebbe essere di molto diminuito.
«Il nostro studio indica che importanti effetti biologici si verificano nei bambini che vivono in quartieri ad alta criminalità, anche se con sintomi meno gravi rispetto a quelli riscontrati nei bambini con diagnosi di disturbo da stress post-traumatico» fa notare il dr. Suglia il quale esprime preoccupazione per il fatto che le autorità sanitarie spesso non sono al corrente di questi fattori e, quindi, non possono intervenire adeguatamente per scongiurare danni alla salute dei bambini.