Anche se non si tratta di "discriminazione", il caffè fa differenze tra maschi e femmine. È quanto succede nel caso delle persone affette dalla malattia di Lou Gehrig, la sclerosi laterale amiotrofica (SLA).
Lo hanno scoperto i ricercatori dell’Università di York e della McMaster University che hanno studiato l'effetto antiossidante di caffè, caffeina e acido clorogenico.
I maschi beneficiano dall’assunzione di caffeina, mentre per le femmine si ottiene l’effetto contrario e questo è un fatto assai importante nel caso di una malattia come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) che danneggia i neuroni chiave nel midollo spinale e nel cervello, ed spesso è mortale. Nonostante sia stata scoperta oltre un secolo fa, di questa patologia attualmente non se ne conosce la causa e non è ancora stata trovata una cura. Quello che al momento si sa è che alcuni meccanismi – tra cui lo stress ossidativo - sembrano svolgere un ruolo importante nello sviluppo.
I risultati di questo studio saranno presentati alla 122a riunione annuale dell’American Physiological Society, parte integrante dell’Experimental Biology 2009 scientific conference che si tiene a New Orleans (Usa) dal 18 al 22 aprile 2009.
I ricercatori hanno analizzato le cellule morte di topi maschi e femmine con SLA e misurato i livelli di stress ossidativo e degli enzimi antiossidanti. Dai dati è emerso che solo nei maschi il caffè portava a una diminuzione dei markers dello stress ossidativo per un 39-65%; un aumento del contenuto di enzima antiossidante trai 46 e il 139%; mentre i markers relativi alla morte cellulare sono diminuiti dal 34 al 36%. E più si aumentavano i livelli di caffeina o acido clorogenico più aumentava l’appetito e contestualmente cambiavano le percentuali con miglioramenti nei rispettivi livelli.
Nelle femmine, invece, nononstante un aumentato appetito e una diminuzione dei markers dello stresso ossidativo, non si sono riscontrati benefici o miglioramenti al livello dei markers degli enzimi antiossidanti così come per quelli relativi alla morte cellulare.
A fronte di questi risultati «dovendo estrapolare questi risultati per i pazienti con sclerosi laterale amiotrofica, il caffè pare apportare benefici per i maschi, dato che riduce lo stress ossidativo, la morte cellulare e aumenta gli antiossidanti. Ma per le femmine la caffeina sembra essere dannosa. Le donne con questo tipo di disturbo dovrebbero limitare il consumo di caffeina, o optare per prodotti decaffeinati che contengono antiossidanti, ma con poca caffeina» ha dichiarato il dr. Rajini Seevaratnam del team di ricercatori.
Ha attraversato il Novecento, questo secolo di impensabili conquiste e apocalittici orrori, con passo leggero e ferma determinazione. In una sala della Fondazione che porta il suo nome, esibisce un intatto carisma, i luminosi occhi verdi e la corona di candidi capelli, la voce musicale e l’innata eleganza, schiena dritta e testa alta, un aristocratico temperamento e una profonda attenzione per il prossimo, ma niente cedimenti o indulgenze e men che mai per se stessa. Last but not least una mente che viaggia ad alta velocità.

Rita Levi Montalcini sorride e poi commenta con irrefutabile asciuttezza: «Il segreto della mia vitalità è che vivo ora per ora, continuamente impegnata nella ricerca scientifica e nei problemi sociali. Non ho tempo di pensare a me... La mia vitalità deriva dalla totale indifferenza a me stessa». Scandisce le ultime parole.
La Professoressa, premio Nobel per le neuroscienze nel 1986 e senatrice a vita, è nata il 22 aprile 1909. Mercoledì compie cento anni. Tra celebrazioni e interviste, affronta un impressionante tour de force, affiancata da Giuseppina Tripodi, sua inseparabile collaboratrice da 40 anni e coautrice di libri come Le tue antenate sulle grandi scienziate della storia e la biografia La clessidra della vita di Rita Levi Montalcini, da Iole Cisnetto, curatrice della comunicazione per questi festeggiamenti, e da Pietro Ientile, suo assistente al Senato.
«Cento anni? Sono un’età ideale per fare scoperte», dice allegramente. «Guai a mandare il cervello in pensione. Lavoro giorno e notte con un’équipe eccezionale. All’Ebri, l’European Brain Research Institute, io e i miei giovani collaboratori stiamo approfondendo gli studi sull’Ngf, che accompagna lo sviluppo degli esseri umani dalla fase prenatale fino all’invecchiamento. Queste ricerche potrebbero avere conseguenze importanti per combattere le malattie neurodegenerative ed avere un farmaco efficace contro l’Alzheimer».
La scoperta del Nerve Growth Factor, al quale l’Ebri dedicherà mercoledì un convegno internazionale in Campidoglio, le valse il Nobel. Racconta: «Ci arrivai con la fortuna e l’intuizione. Trovai l’Ngf, il fattore di crescita delle cellule nervose, perché lo cercavo con grande convinzione. Ero sicura che dovesse esistere. Quella scoperta smontò l’idea che il sistema nervoso centrale fosse statico e programmato geneticamente».
Confessa serenamente di non essersi mai innamorata: «No, non lo sono stata. Ho avuto amicizie profonde, ma veri amori, no... Mio padre, uomo vittoriano, pensava che io e le mie due sorelle anziché studiare dovessimo essere educate a un futuro di madri e mogli ma alla fine cedette e io potei frequentare l’università. Fu una grande vittoria».
I suoi autentici Amori - a parte lo straordinario legame con la sorella gemella Paola, notevole pittrice, spentasi nel 2000 - sono stati la Scienza e gli Altri.
Ricorda: «Da giovanissima, il mio desiderio era di andare in Africa da Albert Schweitzer a curare i lebbrosi. Oggi, dedicare me stessa ad aiutare il prossimo è quello che conta. Dobbiamo una totale dedizione a chi ha bisogno di aiuto, soprattutto alle popolazioni che sono state più sfruttate come quelle africane, specialmente alle donne che sono state distrutte fisicamente e psichicamente. Io e Giuseppina Tripodi abbiamo scritto un libro, Eva era africana, e creato circa 7 mila borse di studio per permettere a queste donne di godere di un’adeguata istruzione e dimostrare il loro valore. Noi, popoli “colti”, siamo colpevoli dei crimini della schiavitù e del colonialismo che hanno sconvolto l’Africa e anche oggi abusiamo di quel meraviglioso continente, mentre dovremmo continuamente scusarci del male che abbiamo fatto in passato».
La Professoressa, il Male, lo ha conosciuto, lo ha subìto, lo ha combattuto. Ma, dopo queste durissime esperienze, per lei, che cos’è il Male? Dice: «Il male è l’eccessivo desiderio del proprio benessere e il disinteresse per il bene comune. Sappiamo che una minima frazione dell’umanità che vive nei paesi sviluppati gode di un eccezionale benessere mentre la grande maggioranza soffre in modo incredibile. Questo è il male: cullarci nel nostro benessere e disinteressarci degli altri che soffrono».
Il Novecento è stato un secolo sublime e terribile che ha accomunato come nessun altro Bene e Male, ineguagliata creatività e agghiacciante distruttività, il genio di Einstein o di Gandhi e la follia criminale di Hitler. Lei, che lo ha vissuto da protagonista, che bilancio ne fa? «E’ difficile rispondere», ammette. «E’ vero. Ci sono stati massimi successi scientifici o sociali e massimi orrori. Però questo non è stato la conseguenza di un destino genetico ma di sviluppi epigenetici, culturali. Tutto comincia dal periodo formativo dei primi cinque anni di vita del bambino che riceve una serie di informazioni o insegnamenti, veri e falsi: tu sei di razza inferiore o superiore e così via... Invece, non esistono razze ma razzisti e sono queste superstizioni che possono portare alla distruzione di sei milioni di persone... Gli esseri umani non sono programmati geneticamente ma influenzati culturalmente. Ecco perché bisogna reagire con l’educazione».
Continua con un paradosso: «Non bisogna mai darsi per vinti. Io stessa dovrei “ringraziare” Mussolini per avermi giudicata persona di “razza inferiore” e avermi così costretta a lavorare segregata nella mia camera da letto, dove avevo allestito un piccolo laboratorio e cominciato le ricerche che mi hanno portato al Nobel».
Le riferisco che qualche anno fa il professor James Watson mi disse: “Il XXI secolo sarà il secolo del cervello”. Si avvererà la profezia dello scopritore del Dna? «La conoscenza che oggi abbiamo del cervello è una condizione necessaria per pervenire alla comprensione della mente. Questa proprietà è la suprema conquista della materia vivente, alla quale l’Homo sapiens deve il privilegio di scalare le vette del bene, la tragica possibilità di sprofondare in quelle del male e di riuscire a emergere dagli abissi della sofferenza a fronte alta».
Ma, sulla base delle conoscenze che abbiamo del cervello, esiste la possibilità di manipolare il comportamento umano? E come potremmo impedirla? Risponde: «E’ opinione diffusa che la scienza sia agnostica per quanto riguarda l’etica. Ma lo scopo e la finalità ultima della scienza è la ricerca della verità, e la metodologia perseguita da uomini che si prefiggono questo scopo si deve uniformare alla massima onestà e obiettività, cioè a concetti che sono alla base stessa dei sistemi etici».
Tra microchip, neuroprotesi e stimolazioni cerebrali, però, l’uomo bionico è ormai una realtà: con quali rischi e prospettive? «La crescente conoscenza di questi sviluppi ha aumentato la speranza circa la possibilità di penetrare nei più reconditi recessi del cervello e nelle proprietà cognitive dell’Homo sapiens. L’informatica e la cibernetica hanno fornito la chiave di accesso per estendere le nostre conoscenze dell’universo cosmico e le nostre stesse capacità di pensare. Dobbiamo capire che i contributi della scienza e della tecnologia non possono significare soltanto comfort e migliore qualità della vita materiale. La scienza deve portare soprattutto verità, e con la verità, la pace». Cento anni non sono pochi. Ma l’avvenire dura a lungo.
Fonte: www.ilmessaggero.it
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L’irsutismo può essere la spia di disturbi ormonali anche seri che richiedono una terapia
MILANO - Troppi peli sulla faccia o sul corpo? Prima di andare dall’estetista è meglio andare dal medico. Il Royal College of Osbstericians and Gynaecologists inglese, forte di una serie di nuovi dati su questo disturbo, ha appena segnalato che l’irsutismo non è soltanto un problema cosmetico, ma può essere la spia di malattie anche serie. Intanto la percentuale di diffusione: dal 5 al quindici per cento delle donne ne soffre. E nel 70-80 per cento dei casi, dicono gli esperti, questa condizione è provocata dalla sindrome dell’ovaio policistico. Non solo: ci sono anche altre situazioni, più rare, che ne possono essere la causa, come certi tumori, disfunzioni della tiroide e l’impiego di certi farmaci che stimolano la crescita dei peli, come la ciclosporina o il cortisone.
SITUAZIONE IMBARAZZANTE - Ecco perché è indispensabile rivolgersi a uno specialista ma non tutte le donne lo fanno e passano anni cercando di convivere con questa situazione, ritenendola davvero imbarazzante. «Un eccesso di peli sul corpo – commenta Rachel Hawkes dell’Associazione Verity che si occupa di ovaio policistico – può avere conseguenze negative sulla stima che una donna ha di sé e addirittura sulla sua qualità della vita». E adesso si aggiungono i problemi di salute. La sindrome dell’ovaio policistico, per esempio, è un disordine ormonale che può essere anche legato a problemi di infertilità. ECCESSO DI ANDROGENI - Tempo fa una ricerca condotta Paola Muti, oggi direttore scientifico dell’Istituto Tumori Regina Elena di Roma e all’epoca ricercatore all’Università di Buffalo, negli Stati Uniti, aveva dimostrato, attraverso uno studio condotto in Italia e chiamato Ordet (HORmone and Diet ETiology of breast cancer) che donne con un eccesso di peli avevano un rischio maggiore di sviluppare tumore al seno. La connessione starebbe in un eccesso di produzione di ormoni androgeni, come il testosterone, legato sia a un aumentato rischio di tumore sia alla crescita di peli. A questo punto i ricercatori raccomandano di prendere in considerazione, nei casi più severi, un trattamento ormonale come la pillola contraccettiva.
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Perde un secondo ogni 300 milioni di anni. Aiuterà a prevedere anche i terremoti
Qualunque sia la nostra meta, ci arriveremo in tempo. Non contento di aver realizzato un orologio che perde un secondo ogni 150 milioni di anni, il genere umano ne ha realizzato un altro due volte più preciso. Per vederlo uscire dai binari, i nostri eredi remoti se ancora esisteranno dovranno aspettare 300 milioni di anni. 
A questi livelli di precisione l'università del Colorado e quella di Copenaghen sono arrivati usando le competenze della fisica quantistica più moderna: confinando, quasi immobilizzando e maneggiando singoli atomi di un elemento chiamato stronzio con l'utilizzo di campi magnetici e raggi laser. Quel che hanno ottenuto però conserva ancora un po' del sapore antico. Perché se prima misurare il tempo voleva dire contare le oscillazioni di un pendolo, l'orologio atomico descritto oggi su Science funziona sempre contando delle oscillazioni: quelle di un atomo di stronzio, talmente regolari da sfiorare la precisione assoluta.
Il compito di rallentare questi atomi per "addomesticarli" è affidato al freddo. La temperatura dell'orologio viene abbassata fin quasi a lambire i meno 273 gradi: la temperatura dello zero assoluto, raggiunta la quale la materia diventerebbe in teoria completamente immobile. "Un atomo è formato da un nucleo e alcuni elettroni che gli ruotano intorno seguendo orbite ben precise" spiega Jan Thomsen dell'università di Copenaghen, uno dei padri del nuovo orologio. "Usando un raggio laser, riusciamo a far muovere gli elettroni avanti e indietro tra le orbite. Questo è il concetto di pendolo in un orologio atomico".
Era il 1949 quando la Bbc abbandonò il pendolo tradizionale per battere i suoi rintocchi via radio, e negli ultimi 50 anni gli orologi atomici hanno accresciuto la loro precisione di 100mila volte. Così nel 1967 per misurare il suo tempo l'uomo abbandonò il ciclo del sole per affidarsi esclusivamente a un atomo di cesio e ai suoi rapidi "tic". La conferenza universale per i pesi e le misure definì allora un secondo come il tempo che quest'atomo impiega a compiere 9,2 miliardi di oscillazioni.
Oggi il nostro tempo personale si affida a orologi da polso al quarzo che perdono circa un secondo ogni tre mesi, ma il "coordinated universal time" che sincronizza tutte le attività umane sul pianeta si avvale di 260 orologi atomici - grossi apparecchi alti un paio di metri - distribuiti in una quarantina di laboratori del mondo e capaci di mantenere il passo con diligenza per tre milioni di anni.
Sembrerebbe più che sufficiente per la nostra specie. Eppure da orologi così precisi sono molte le attività che non possono prescindere: la trasmissione di dati via internet o attraverso i telefoni cellulari tra zone distanti del pianeta ha bisogno di coordinazione assoluta. Così le transazioni bancarie o il sistema di posizionamento Gps, in cui i satelliti e gli apparecchi a terra si parlano misurando continuamente la loro distanza. Perfino i geologi grazie a sistemi di misura tanto precisi riescono a rilevare i spostamenti minimi fra le placche terrestri, aggiornando di continuo le mappe di rischio dei terremoti.
(fonte repubblica.it)
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Uno studio analizza l'attitudine del cervello a elaborare pensieri «etici» alla velocità dei nuovi media «sociali»
Ci vuole tempo, calma e spirito riflessivo per prendere decisioni giuste in situazioni che abbiano una valenza morale. Il che significa che nell’era di Facebook e di Twitter tutto è più difficile e si rischia di prendere delle cantonate in termini etici. Perché la velocità è nemica del senso morale, che ha bisogno per sua natura dei suoi tempi di decantazione. A sostenere questa verità non è solo il buon senso, ma uno studio di neuroscienziati del Brain and Creativity Institute della University of Southern California guidati da Antonio Damasio. I ricercatori hanno studiato le emozioni collegate al senso etico, passando in esame la paura e il dolore, l’ammirazione e la compassione e sostenendo, come precisa Mary Helen Immordino-Yang (una delle prime autrici dell’articolo) che le decisioni che sono legate a questo tipo di emozioni vengono elaborate lentamente.

LO STUDIO – Gli scienziati californiani hanno monitorato l’attività cerebrale di tredici volontari, osservando con tecniche di visualizzazione neurologica le risposte del cervello in concomitanza di racconti che si riferivano a storie di vita intense, in grado di risvegliare emozioni primarie. Quanto impiega il cervello umano per formulare una risposta di fronte a una storia che suscita apprezzamento o partecipazione dolorosa? In media, monitorando i volontari, i neuroscienziati hanno riscontrato un tempo di reazione del cervello umano che vai dai sei agli otto secondi prima di elaborare una risposta completa a emozioni profonde di ammirazione o di sofferenza. Ma alla lentezza si accompagna anche una solidità e una longevità della risposta.
CONCLUSIONI – I risultati di questo studio, che verrà pubblicato sulla prossima edizione online di Proceedings of the National Academy of Sciences e che si intitola Neural Correlates of Admiration and Compassion, portano inevitabilmente a considerare i tempi delle scelte che hanno una valenza etica, partendo proprio da quello che è il tempo fisiologico di reazione del cervello umano a fronte di un’emozione legata a una scelta morale. Appare chiaro che i tempi della comunicazione digitale non sempre rispettano quelli umani e nel caso di azioni e reazioni con implicazioni etiche questa disparità diventa particolarmente vistosa. Il costo emotivo della tempesta di informazioni che subiamo, specie in un cervello ancora in formazione, è troppo alto nell’era dei social network.
(fonte corriere.it)