La febbre può agire su cancro e tumore. Parlano gli esperti

LUIGI MONDO E STEFANIA DEL PRINCIPE

Chi lo dice che la febbre fa male? Probabilmente non lo ha mai detto nessuno, ma nella cultura occidentale si "usa" abbassare la febbre. La maggior parte delle persone infatti utilizza antipiretici - farmaci che riducono la temperatura corporea - non appena questa supera i 38° C.
Ma è giusto sopprimere quella che è una difesa naturale dell’organismo contro gli agenti patogeni? Secondo uno studio del 2006 pubblicato sulla rivista "Nature Immunology", la febbre è in grado di raddoppiare il numero di linfociti T (le cellule che fungono da "scudo" protettivo contro virus e batteri) presenti nei linfonodi. Tutte le sostanze di difesa del nostro organismo sembrano essere in grado di funzionare solo in ambiente caldo. Addirittura, secondo alcuni studi, mentre il nostro sistema immunitario ci sta difendendo attraverso l’ausilio della febbre contro diversi microorganismi, sembra produrre anche fattori antitumorali.
«Il meccanismo della febbre è una difesa dell'organismo contro le aggressioni. Le cellule del sistema immunitario vengono stimolate dal calore a produrre citochine, cioè sostanze che combattono tutto ciò che è alterato rispetto alla norma (cellule malate, virus, batteri). Spaventa le persone perché dà malessere. Difatti le sostanze liberate dal sistema immunitario danno uno stato di malessere generale accompagnato spesso da inappetenza. La febbre andrebbe combattuta solo quando, troppo elevata in tutto l'organismo, può dare problemi» spiega il dr. Carlo Pastore, specialista in oncologia medica e perfezionato in Ipertermia Clinica Oncologica.
«Le reazioni infiammatorie e febbrili nei confronti di agenti intossicanti e infettivi sono da considerarsi reazioni “biologicamente opportune”, cioè salutari e orientate alla distruzione ed eliminazione dell’agente aggressore» afferma il dr. Francesco Perugini Billi «Il processo di calore mette i tessuti e tutto l’organismo nelle condizioni di reagire nel modo migliore possibile. Gli enzimi e molte altre sostanze di difesa prodotte dalle cellule funzionano solo in un ambiente acido e caldo. Inoltre, mentre il nostro corpo reagisce verso un’infezione, contemporaneamente produce anche fattori antitumorali. "Raffreddare" in modo intempestivo l’organismo con farmaci antipiretici, antinfiammatori e antibiotici potrebbe non essere sempre una buona idea. Sulle lunghe, questo processo di calore non adeguatamente espresso potrebbe dar via a malattie più “fredde”, striscianti, poco sintomatiche, almeno inizialmente, come lo sono le malattie degenerative, sclerotiche e tumorali», prosegue Perugini Billi.

febbre

È evidente, quindi, che non sempre è corretto adoperare farmaci antipiretici e che questi andrebbero usati solo quando strettamente indispensabile.
«Alla luce di quanto detto, appare quanto mai sbagliato tacitare tout court una febbre o un'infiammazione. I farmaci naturali (omeopatia, fitoterapia ecc.) possono rappresentare uno straordinario aiuto nella maggioranza di questi processi. Lasciano che la “reazione biologicamente opportuna” possa esprimersi in modo adeguato ed efficace, tenendola sotto controllo, ma senza mai sopprimerla e spesso evitando le complicazioni. A questi farmaci naturali il medico può aggiungere, per esempio quando la febbre è troppo alta o ci sono gravi infezioni, dei farmaci allopatici (antipiretici, antibiotici ecc.)» continua il dr. Francesco Perugini Billi.

Sembra vi sia anche una relazione tra febbre, tumore e malattie degenerative. «Diversi studi hanno indagato la relazione febbre-tumore. Uno di questi ha preso in considerazione 603 pazienti affetti da melanoma e li ha comparati con 627 persone sane. I ricercatori hanno verificato che esisteva una relazione inversa tra tumore e febbre. Infatti, il rischio di melanoma si riduceva del 40% tra coloro che avevano avuto tre o più infezioni accompagnate da una febbre che superava i 38.5°C (Melanoma Res. 1999; 9:511-9). In una meta-analisi si è indagato il rapporto tra infezioni e morte per tumore in Italia tra il 1890 e il 1960. E’ stato calcolato che una riduzione del 2% delle infezioni si accompagnava a un incremento del 2% di tumori nella decade successiva (Eur J Epidemiol 1999; 14:749-54)» spiega Perugini Billi «La comparsa di febbre è anche alla base dei casi di spontanea guarigione da tumore. Su questo si è scritto e discusso fin dal 1700. Secondo il dr. Rohdenburg, che pubblicò un esauriente studio nel 1918, la maggioranza delle guarigioni spontanee si accompagna a episodi acuti con febbre molto alta. Spesso si trattava di erisipela, un’infezione da streptococco, ma sono stati osservati anche casi di tubercolosi acuta, varicella, polmonite e malaria (J Cancer Res, 1918; 3193-225). Anche il dr. William Coley (1862-1936) fu testimone di una clamorosa guarigione spontanea in un caso di cancro avanzato della gola. Il paziente si riprese perfettamente dopo un’infezione di erisipela. L’interesse per il fenomeno fu tale che Coley mise a punto la sua famosa "tossina": un miscuglio di due batteri, Streptococcus pyogenes e Serratia marcescens, che iniziò ad usare con i suoi pazienti tumorali fin dal 1893 (Am J Med Sc, 1893;105:487-511). Negli USA, la "tossina di Coley" fu poi riconosciuta come farmaco per la ricerca clinica solo nel 1963. La letteratura riporta altri esempi di guarigione dal cancro in seguito a febbre e infezione. Per esempio, nelle remissioni spontanee da leucemia infantile la febbre si è manifestata nell’80% dei casi (Am J Med 1951; 10: 238-9), mentre nelle remissioni da melanoma la febbre era presente nel 31% dei casi (Onkologie, 1998; 21: 14-8). La sensibilità delle cellule tumorali nei confronti del calore è cosa nota da tempo. Per altro, questa sensibilità è decisamente superiore a quella delle cellule sane. Quando la temperatura si porta da 37°C a 42°C, inizia una vera e propria moria di cellule cancerose. Questo effetto è attualmente sfruttato dalla terapia Ipertemica antitumorale, che in sostanza si sostituisce alle stesse capacità dell’organismo di produrre una salutare reazione febbrile. Inoltre, diversi studi hanno anche dimostrato che cellule tumorali sottoposte per circa sei ore ad una temperatura di 41°C iniziavano a produrre linfociti T, che sono fondamentali per le difese immunitarie (Int Immunol, 2003;15:1053-61)» conclude Perugini Billi.

In Italia vi sono alcuni centri specialistici che curano i tumori proprio con una sorta di febbre indotta. Tale terapia viene definita Ipertermia. Si tratta di una terapia non invasiva effettuata con un apparecchio che produce una radiofrequenza allo scopo di direzionare il calore direttamente sull’organo malato. Il Synchrotherm RF 13.56, questo il nome dell’apparecchio, provoca un riscaldamento localizzato a una temperatura di circa 42°-43° C. «L'ipertermia è impiegata nella cura dei tumori poiché le cellule tumorali avendo una membrana aberrante temono il calore. La loro membrana cellulare non riesce a smaltirlo adeguatamente e quindi si innesca un meccanismo di morte cellulare denominato apoptosi. Inoltre localmente il danno da chemioterapia e/o radioterapia concomitante viene amplificato. Non da ultimo il calore attiva localmente le cellule del sistema immunitario potenziando la risposta contro il tumore. Può essere impiegata nella cura di tutti i tumori solidi a patto che non vi sia imponente versamento ascitico o pleurico» spiega il dr. Carlo Pastore.

Per maggiori informazioni:
- dott. Francesco Perugini Billi
Medico Chirurgo, specializzato in Fitoterapia, Ayurveda e Omeopatia
www.dottorperuginibilli.it
info@dottorperuginibilli.it
Studio medico a Roma, Assisi, Bergamo;

- dott. Carlo Pastore
Specialista in Oncologia medica e perfezionato in Ipertermia Clinica Oncologica
Centro ITR di Ipertermia Oncologica
Viale Battista Bardanzellu, 95 – 00100 Roma
www.ipertermiaroma.it
info@ipertermiaroma.it

Il volontariato è un buon modo per aiutare gli altri e, allo stesso tempo, aiutare se stessi.
Ricercatori americani, infatti, suggeriscono che le persone – e in particolare gli anziani – che fanno volontariato vivono più a lungo.
Lo studio, presentato ai primi di maggio 2009 al meeting annuale dell’American Geriatrics Society tenutosi a Chicago ha evidenziato come l’attività di volontariato sia un efficace metodo predittivo della diminuzione di mortalità tra gli anziani, anche tenuto conto di diversi fattori condizionanti.

volontariato

I ricercatori fanno notare che precedenti studi avevano già suggerito un collegamento tra l’attività di volontariato e un miglioramento nel tasso di mortalità, ma non prendevano in considerazione tutte le possibili variabili come, ad esempio, lo stato socio-economico, le condizioni di salute e altri fattori.
Per evitare confusione e per ottenere dei dati più reali, i ricercatori dell’Università della California di San Francisco e del San Francisco VA Medical Centre, si sono assicurati di analizzare persone sane al momento dell’indagine. Nonostante siano stati tenuti in considerazione molti dei fattori potenzialmente influenzanti come le condizioni di salute e l’impatto socio-economico, i risultati preliminari hanno già mostrato un ridotto tasso di mortalità.
Lo studio ha coinvolto 6.360 pensionati di età superiore ai 65 anni già oggetto dell’Health and Retirement Study (HRS) del 2002. Questo studio è considerato rappresentativo della popolazione degli anziani negli Stati Uniti. L'età media delle persone era di 78 anni, di cui il 60% di sesso femminile.
Ai partecipanti è stato detto di compilare un questionario che comprendeva domande riguardanti l’eventuale attività di volontariato presso centri religiosi, educativi, organizzazioni caritative o sanitarie. In più sono stati sottoposti a esami per valutare lo stato di salute, sia fisica che psichica.
I risultati hanno riportato che tra le morti avvenute nel tempo il 12% apparteneva al gruppo che si dedicava al volontariato, mente il 26% al gruppo che non lo praticava.
I ricercatori suggeriscono che la più bassa mortalità può essere dovuta anche a una maggiore autostima che questo genere di attività promuove, grazie anche alla rete di contatti sociali che ne consegue. Il fatto di sentirsi ancora utili rende le persone più attive e vitali: questo potrebbe tradursi in maggiore senso di benessere psico-fisico che ha un’influenza sulla salute in generale.

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Anche altri provvedimenti funzionano: sì a un intervento a tutto tondo, basato sulle esigenze di ciascuno

Meglio della vitamina D, meglio delle modifiche per rendere sicura la casa: per gli anziani con le ossa fragili l'esercizio fisico regolare (ovviamente adeguato alle capacità e necessità di ciascuno) è ad oggi il modo migliore per prevenire le cadute e quindi le fratture. La conferma della bontà del movimento nella terza età arriva da una revisione degli studi condotti sull'argomento della Cochrane Collaboration, un ente internazionale che si occupa della valutazione indipendente delle ricerche scientifiche.

REVISIONE – Corposa la mole di dati analizzata dai ricercatori, guidati da Lesley Gillespie dell'università di Otago in Nuova Zelanda: ben 111 sperimentazioni cliniche per un totale di 55.303 persone coinvolte. Fra gli studi sono state incluse ricerche che prendevano in considerazione anche altri provvedimenti mirati a ridurre la probabilità di cadute negli anziani, ad esempio supplementi di vitamina D per la salute delle ossa e dei muscoli, modifiche dell'ambiente domestico per renderlo più sicuro o anche la chirurgia della cataratta per migliorare la vista. Tutti interventi utili: la vitamina D ad esempio serve (solo però nei soggetti con deficit), lo stesso togliere gradualmente sonniferi o ansiolitici, mentre cambiare arredi e stanze aiuta solo le persone più ad alto rischio di cadute. Ciò che però fa la differenza, fra tutti i metodi di volta in volta messi alla prova, è il movimento: convincere gli anziani a partecipare a programmi di attività fisica e soprattutto mettere in atto trattamenti a tutto tondo basati sulle necessità individuali (in cui cioè si prevede un mix dei provvedimenti possibili ma non manca mai l'esercizio) riduce la probabilità di cadute e di fratture molto più di qualsiasi altro intervento da solo.

MOVIMENTO – Le cadute non sempre hanno conseguenze gravi e non necessariamente l'esito è la frattura, che avviene in circa il 20 per cento dei casi; spesso però cambia la qualità della vita e dopo una caduta persone fino a quel momento energiche possono finire per evitare qualsiasi attività per paura e per la perdita di fiducia in loro stesse. Da qui l'importanza della prevenzione: l'esercizio, secondo tutti i dati, agisce migliorando la forza, la flessibilità, la resistenza e l'equilibrio. «I tipi di esercizio che si sono rivelati utili sono vari: dalle attività di gruppo sotto supervisione di un allenatore, al Tai Chi, agli esercizi prescritti individualmente, da fare a casa propria – spiega Lesley Gillespie, l'autrice della revisione –. La ricerca prosegue per capire quali componenti del programma di attività fisica sono cruciali per l'efficacia preventiva nei confronti delle cadute. A breve uscirà anche un'ulteriore revisione Cochrane sull'efficacia degli interventi attuati in anziani ricoverati in ospedale o che vivono in residenze assistite: da ciò che abbiamo visto, infatti, differenze nella tipologia di pazienti e di strutture sanitarie che se ne occupano comportano differenze nei risultati dei programmi di allenamento».

VITA REALE – La Gillespie accenna a un problema ben più vasto, di cui riferiva poco tempo fa uno studio apparso sul Journal of the American Geriatric Society: secondo gli autori, un gruppo di geriatri dell’Università di Maastrict in Olanda, i programmi di prevenzione delle cadute negli anziani spesso e volentieri non funzionano granché. Perché, scrivevano, «C’è molta differenza fra ciò che si ottiene nelle sperimentazioni cliniche grazie alla versione “ideale” degli interventi di prevenzione e quello che accade nel mondo reale, dove spesso efficacia e fattibilità dei programmi si riducono parecchio». Come dire che sulla carta tutto può funzionare, diversa è la vita vera. Dove, secondo gli esperti olandesi, per ottenere un risultato bisogna mettere in campo più di un provvedimento, come suggerisce del resto anche la revisione Cochrane: visto che le cadute hanno molte cause, occorre provare a intervenire su tutti i fronti tenendo comunque ben presente che l'attività fisica è imprescindibile. E chissà che così davvero non si riduca il numero degli anziani che cadono e si fanno male: ogni anno ben un terzo degli over 65 ha un incidente di questo tipo, secondo i dati dell’ultimo Piano Nazionale delle Linee Guida sul tema, e fra chi è ospite di strutture assistenziali la percentuale è ancora più alta.

(fonte corriere.it)

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Torna la tradizionale giornata Airc dedicata alla raccolta fondi e all’informazione sulle neoplasie femminili

Domenica 10 maggio le piazze italiane si tingono di rosa. Come di consueto, da ormai 25 anni a questa parte, in occasione della festa della mamma l’Assciazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc ) offre azalee per raccogliere fondi da destinare a progetti di studio per la cura dei tumori femminili. Un quarto di secolo in cui i progressi fatti nella terapia e nella diagnosi precoce di queste patologie sono stati moltissimi: dalla chirurgia conservativa per il seno al vaccino per la prevenzione dei tumori del collo dell’utero, dai nuovi farmaci alle ricerche genetiche per calcolare il rischio di ammalarsi o per individuare la cura migliore per ciascuna paziente.

TUMORE DELL’ENDOMETRIO, FREQUENTE MA «BUONO» - Fra gli studi sostenuti da Airc in questi anni, due in particolare hanno aiutato a migliorare le conoscenze sul carcinoma dell’endometrio, la più frequente fra le neoplasie ginecologiche, di cui si registrano in Italia circa cinquemila nuovi casi ogni anno. Si tratta, però, di una forma poco aggressiva che, se diagnosticata negli stadi iniziali, ha una prognosi molto buona. «L’importante è prestare attenzione ai campanelli d’allarme – spiega Carlo La Vecchia, epidemiologo dell’Istituto Mario Negri e dell’Università degli Studi di Milano, coordinatore dei lavori -: soprattutto le donne in post-menopausa - le più esposte a questo tumore - in caso di perdite ematiche devono rivolgersi a uno specialista che procederà con eventuali accertamenti». I sintomi, infatti, si manifestano fin dalle fasi più precoci, ma sono lievi, passeggeri e poco dolorosi (per lo più solo sanguinamenti anomali) per cui la possibilità di sottovalutarli è elevata.

RISCHIO EREDITARIETÀ – Molti dei successi ottenuti nell’ultimo quarto di secolo contro il cancro sono dovuti – oltre che ai progressi nelle cure – alle strategie di prevenzione. Per quanto riguarda il tumore dell’endometrio, ad esempio, i medici hanno imparato a conoscere i principali fattori predisponenti: età avanzata, diabete, sovrappeso e obesità. «E poi c’è la familiarità – prosegue La Vecchia -. E’ ormai noto che la storia di un tumore in un familiare di primo grado (madre o sorelle) aumenta il rischio dello stesso tumore. Così, nel nostro studio - su 454 pazienti di età compresa tra 19 e 80 anni con carcinoma dell’endometrio e 908 donne sane - abbiamo analizzato e quantificato il rischio in relazione alla storia familiare di tutti i tipi di neoplasia. Rispetto alle donne che non avevano storia familiare di tumore, il rischio è risultato del 2.1 superiore per le malate con parenti strette che avevano sofferto di tumore dell’endometrio. E di 1.6 maggiore nel caso di consanguinei con un carcinoma dell’intestino. Il rischio era poi più alto (2.6 per l’endometrio, 2.8 per l’intestino) per i casi sotto i 55 anni». I risultati, insomma, indicano che una storia familiare di tumore dell’utero e dell’intestino è associata a un pericolo elevato - dal 50 al 100 per cento - di sviluppare una neoplasia dell’endometrio. «Chi rientra in questa categoria, quindi, deve evitare i due principali fattori di rischio per i tumori dell’endometrio, ossia le terapie con estrogeni e soprattutto il sovrappeso» conclude l’epidemiologo.

ANCHE LE ABITUDINI ALIMENTARI FANNO LA DIFFERENZA – Diverse ricerche hanno esaminato la relazione tra dieta e rischio di tumore dell’endometrio, ma i risultati relativi a specifici alimenti non sono stati finora coerenti. I ricercatori dell’Istituto Mario Negri hanno però confrontato le abitudini alimentari delle partecipanti a quello stesso studio sull’ereditarietà (454 con carcinoma endometriale e 908 sane). Tutte sono state intervistate tramite un questionario che indagava la frequenza di consumo settimanale di 78 alimenti, nel corso dei due anni precedenti l’intervista. Secondo gli esiti, le donne che consumano carne rossa frequentemente hanno circa l’80 per cento di probabilità in più di ammalarsi rispetto a chi ne mangia poca. Al contrario, le donne con una dieta ricca di verdura ne hanno circa il 40 per cento in meno. E’ stata osservata anche una diminuzione del 50 per rischio del rischio associata a un elevato consumo di cereali. Infine, buone notizie per amanti del caffè, che sembra agire in modo favorevole su insulina ed estrogeni, inibendo la formazione di un tumore. Chi ne beve molti (circa tre o quattro al giorno) avrebbe infatti circa il 50 per cento di probabilità in meno di sviluppare un tumore dell’endometrio rispetto alle donne che ne prendono pochi.

L’INIZIATIVA AIRC - L’Azalea verrà offerta a fronte di un contributo di 14 euro: 3 mila le piazze, 20 mila i volontari, 700 mila le piantine da distribuire, con l’obiettivo di raccogliere oltre nove milioni di euro destinati a importanti progetti di ricerca sui tumori femminili (sostenuti anche da Vodafone, Schenker e Intesa San Paolo). Chi acquisterà la pianta, riceverà una pubblicazione speciale dedicata a tutte le donne, con consigli utili - diversificati per fasce d’età - per prevenire le principali neoplasie. Sul sito www.airc.it è disponibile una guida interattiva sugli stessi argomenti, con informazioni ancora più approfondite. Per trovare le azalee o avere informazioni si può consultare il sito www.lafestadellamamma.it o chiamare il numero verde 840.001.001

(fonte corriere.it)

Ortaggi, frutti e tè: preziosi alleati della pelle durante i mesi estivi

Secondo alcuni studi, tra cui quello della British Society for Investigative Dermatology, il pomodoro sarebbe efficace nel prevenire scottature solari se cotto a lungo e poi assunto quotidianamente.
Tutto ciò è reso possibile grazie alla presenza di Licopene, una sostanza ad azione antiossidante (carotenoide).
Ma, attenzione all’acquisto: i pomodori rossi sono molto ricchi di licopene, mentre quelli "giallognoli" ne contengono solo quantità esigue.
Il licopene contenuto nel pomodoro fungerebbe come una sorta di filtro solare protettivo a bassa protezione. Ma non è finita qui, perché assumere quotidianamente il pomodoro, sempre secondo la ricerca della British Society for Investigative Dermatology, aumenterebbe anche i livelli di una molecola chiamata procollagene che mantiene la pelle elastica e tonica.
I ricercatori inglesi delle Università di Manchester e Newcastle aggiungono, inoltre, che il licopene sarebbe in grado di ridurre i rischi di tumori alla pelle.
E se non amate il gusto del pomodoro abbiamo una buona notizia per voi: il licopene è contenuto anche nei pompelmi rosa, nell’uva e nel frutto tropicale guava.

pomodori

E cosa ci sarebbe di meglio che proteggere la pelle e allo stesso tempo ottenere un’abbronzatura rapida e uniforme con la frutta? La stagione estiva ce ne offre davvero molti di frutti e li possiamo riconoscere con facilità dal loro tipico colore giallo o rosso (caratteristica tipica degli alimenti che contengono carotenoidi).
C’è solo l’imbarazzo della scelta: melone giallo, more, ciliegie, fragole,lamponi, albicocche, cocomeri e pesche.
Se, invece, è la sete ad avere il sopravvento, si può bere una bella tazza di tè verde che, secondo alcune ricerche pubblicate su "International Journal of Cancer", è utile nella prevenzione del melanoma se assunto con regolarità. C’è poi chi consiglia addirittura di applicare l’infuso sulla pelle dopo un’esposizione solare per mantenere a lungo l’abbronzatura.
E, se per caso avete già preso il sole e vi siete anticipatamente scottati, ecco gli alimenti ricchi di vitamina PP che aiutano a calmare l’infiammazione: arachidi, tonno, pesce spada, acciughe, sarde, gamberetti, sgombro e uova.
Insomma, per abbronzarsi con più sicurezza, dopo le creme protettive, c’è un modo piacevole e gustoso per farlo.

Fonte: www.lastampa.it

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