Mal di schiena “da ufficio”, sempre più diffuso?
Mal di schiena, dolori alla cervicale, cefalea posturale: l'ufficio sembra proprio non giovare alla nostra spina dorsale. Lo confermano i dati forniti dall’Istituto Superiore di Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro: quasi il 33 per cento dei lavoratori provenienti dai 25 paesi dell’Unione Europea riferisce di soffrire di mal di schiena e il 23 per cento lamenta altre patologie dell'apparato muscolo-scheletrico, tutte legate all'ambiente di lavoro.

Imputati principali di questo nutrito gruppo di disturbi sono essenzialmente la scorretta postura e la permanenza prolungata nella stessa posizione. “La colonna vertebrale presenta delle curvature fisiologiche a livello cervicale, dorsale e lombare che hanno lo scopo di sostenere e ammortizzare il carico della testa, del torace, e di eventuali stimoli esterni”, spiegano gli esperti. “Inoltre è strutturata in modo da proteggere il midollo spinale, che si estende dalla base del cervello fino alle vertebre lombari, e dal quale si diramano i fasci nervosi che raggiungono le varie regioni del corpo.”
Pertanto non assecondare o forzare la normale curvatura della colonna in una male organizzata postazione lavorativa affatica le strutture ossee generando dolore e fastidi, in particolare agli arti superiori.
Quali i danni della cattiva postura?
Le mansioni in ufficio sono prevalentemente di tipo sedentario e legate all’utilizzo del computer. Numerosi studi hanno dimostrato come vi sia una relazione fra i disturbi della colonna vertebrale, soprattutto nei tratti cervicale e lombo-sacrale, ed attività che richiedono di stare seduti per la quasi totalità della giornata di lavoro. Oltre alla colonna, nell’attività d’ufficio vengono coinvolte anche le altre componenti articolari, muscolari e tendinee, in particolare l’articolazione del polso e la muscolatura di collo.
Le conseguenze sono innanzitutto lombalgie, cervicalgie e dolori alle spalle. A questi sintomi, se non trattati, si aggiungono rigidità, contratture muscolari e diminuzione dell’elasticità delle articolazioni. Molti i danni provocati dalle cattive posture. Innanzitutto il mal di testa: l’irrigidimento dei muscoli, comune nei “forzati del monitor”, è spesso causa di cefalea tensiva. E non di rado alla cefalea si accompagnano fastidiosissime vertigini posizionali e un senso di “orecchio ovattato”.
L'utilizzo del mouse è, invece, una delle cause più frequenti delle patologie che colpiscono l'arto superiore, in particolare tendinite e sindrome del tunnel carpale. La rigidità della spalla, infatti, può causare dolori frequenti al gomito, all’avambraccio e alle mani e i prolungati e ripetitivi movimenti di flesso-estensione del polso, tipici del “puntamento” con mouse, possono provocare un aumento della pressione all'interno del tunnel carpale dando luogo ad una infiammazione, con formicolii e dolore.
Come prevenire questi disturbi?
Per prevenire i disturbi muscolo-scheletrici “da ufficio” è importante innanzitutto assumere una posizione corretta di fronte alla scrivania, con piedi ben poggiati al pavimento, un angolo di 90 gradi tra cosce e busto, schiena diritta ben appoggiata allo schienale della sedia nel tratto lombare, regolando l'altezza della sedia e l'inclinazione dello schienale a circa 90 gradi rispetto al pavimento. Bandite le gambe incrociate sotto il tavolo e le spalle curve.
Il monitor va posizionato di fronte, a una distanza di almeno 60 centimetri, evitando se possibile posizioni a 45 gradi che obbligano il collo ad una postura innaturale, regolando lo schermo in modo che lo spigolo superiore sia posto leggermente più in basso della linea degli occhi.
Ricordarsi, poi, quando si digita, di mantenere gli avambracci appoggiati sul piano della scrivania in modo da alleggerire la tensione dei muscoli del collo e delle spalle e di lasciare, tra la tastiera e il bordo anteriore del tavolo, uno spazio di almeno 15 centimetri. Il mouse va pulito periodicamente, perché la polvere accumulata ne rallenta il movimento e costringe a uno sforzo maggiore. Utili anche i mousepad con cuscinetto poggia polso e le tastiere cordless, senza fili.
Esercizi, davvero così utili?
In primo luogo è consigliato concedersi una piccola pausa ogni ora, anche soltanto per uno o due minuti, e camminare per qualche metro nella stanza per sgranchirsi le gambe. Cercare poi di cambiare più volte la propria posizione e di muovere, alzandoli a turno, braccia e piedi.
Per “sbloccare” schiena e spalle si sono rivelati utili alcuni semplici esercizi di stretching:
* impugnare il polso sinistro con la mano destra e farlo ruotare nei due sensi per 3 o 4 volte. Ripetere afferrando il polso destro con la mano sinistra.
* Inclinare la testa alternativamente a destra e a sinistra, senza ruotare il capo, ma mantenendo lo sguardo fisso avanti.
* Ruotare alternativamente la testa a destra e a sinistra il più possibile verso la spalla.
* Piegare la testa avanti fino a portare il mento a contatto con il torace e, successivamente, piegare la testa indietro.
* Seduti sulla sedia flettere il busto e le braccia in avanti, verso le ginocchia, in modo da distendere la colonna, e mantenere la posizione per 30 secondi.
Spalle rilassate, senza serrare la mascella, gli esercizi vanno eseguiti lentamente, con gradualità, e i benefici non si faranno attendere.
Fonte: http://it.health.yahoo.net/
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Buona giornata,
il team di Ausilium
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Dura 15 minuti e rivela se c’è una sofferenza dei nervi. «Attendibile come la risonanza magnetica»
MILANO — È un test low-tech, a bassa tecnologia, ma è meglio della risonanza magnetica: si chiama StEP e serve per distinguere i diversi tipi di mal di schiena. Bastano alcune domande al paziente (e qualche manovra con un ago o con un diapason da neurologo) per capire se il dolore è «normale» o se invece c’è anche una sofferenza dei nervi, tipo sciatica. «Quando il dolore è acuto e improvviso è facile capire — commenta Giorgio Cruccu dell’Università La Sapienza di Roma —. Le cose si complicano quando la lombalgia diventa cronica: in questi casi è indispensabile distinguere i vari sottotipi di dolore perché la terapia cambia».

Ecco allora che un team americano, guidato da Joachim Scholz del Massachussets General Hospital di Boston, in collaborazione con l’Addenbroke’s Hospital di Cambridge, ha messo a punto un test non solo semplice, ma anche rapido (dura 10-15 minuti) che ogni medico può utilizzare, con risultati attendibilissimi (come dimostra il loro lavoro appena pubblicato su Plos Medicine) e a costi molto limitati rispetto a quelli di indagini high tech, come la risonanza magnetica.
A volte, infatti, questi esami sofisticati possono essere fuorvianti: possono mostrare, per esempio, la degenerazione dei dischi intervertebrali, una condizione piuttosto comune, che in alcuni casi, però, non è responsabile del dolore. E la causa di quest’ultimo va ricercata altrove.
In altre situazioni, una diagnosi non accurata del tipo di dolore può indirizzare verso trattamenti non adeguati compreso l’intervento chirurgico.
«Si può dire — continua Cruccu che ha pubblicato sullo stesso numero della rivista un articolo di commento al lavoro americano — che su 100 pazienti con lombalgia, almeno un 40 per cento ha una componente neuropatica. Quando è presente questa componente i farmaci antinfiammatori non steroidei, che sono efficaci nella semplice lombalgia, non bastano. Adesso si stanno sperimentando nuovi farmaci neurologici che potrebbero essere utili per controllare questo tipo di dolore».
Con il nuovo test, che valuta diverse caratteristiche del dolore, si potrà ottenere una specie di «carta di identità» di quest’ultimo, specifica per ogni paziente. «E servirà anche — continua Cruccu — per valutare meglio l’effetto dei nuovi farmaci nelle sperimentazioni sull’uomo».
Non è un caso che gli americani si stiano preoccupando del mal di schiena: questo disturbo ha scavalcato le malattie cardiovascolare come prima voce della spesa sanitaria negli Stati Uniti. E lo stesso vale per l’Europa.
La situazione è ancora più complicata in Italia, dove il dolore cronico è spesso trascurato dai medici e le strutture dedicate sono poche, come ha appena denunciato un Libro Bianco dell’Associazione italiana per la cura della malattia dolore. «Il dolore cronico soprattutto lombare — dice Paolo Notaro, presidente dell’Associazione e neurologo all’Ospedale Niguarda di Milano — è una delle principali cause di perdita di giornate lavorative. Con costi indiretti elevatissimi, oltre a quelli diretti delle terapie».
Fonte: www.corriere.it
Link: http://www.core77.com/competitions/greenergadgets/projects/4416/
Il primo cellulare biodegradabile realizzato in bamboo. Si chiama Bamboo Phone.
Funziona praticamente come un normale telefono cellulare ma ha concept estremamente sostenibile. Dopo i cellulari in legno, quelli per bambini (gli Oh Kids Phone) o per anziani (gli SMS Text Messenger), il target si rivolge ai fruitori attenti all’ambiente. Arrivano così i cellulari realizzati in bamboo.

Questa volta non parliamo di un gioco stilistico o di un utilizzo di un materiale inconsueto, ma di un cellulare concepito per rispettare l’ambiente.
Si usa come un cellulare tradizionale, permette di fare e ricevere chiamate ma, a differenza dei cellulari tradizionali da gettare nei rifiuti speciali (RAEE), per la dismissione Bamboo Phone può essere tranquillamente gettato nei rifiuti umidi. La struttura esterna, e parte di quella interna, è realizzata infatti in mais e bamboo che, a distanza di qualche mese, si trasformeranno in concime per la terra.
Bamboo Phone non avrà bisogno di caricabatterie ma si ricaricherà a mano grazie ad una piccola manovella posta nella parte posteriore del cellulare. I consumi saranno ridotti all’osso anche grazie ad un particolare display monocromatico. Ideatore di questo cellulare sostenibile il designer Gert Jan Van Breugel.
Non è il massimo dell’innovazione, ma sicuramente rappresenta un buon sistema biodegradabile, facilmente disassemblabile che fa uso di energie alternative. Bisognerà comunque stare attenti alle batterie. Mi sembra comunque un ottimo spunto.
Fonte: www.architetturaedesign.it/