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Messi di fronte ad alternative salutari tendiamo a essere indulgenti con noi stessi e scegliere cibi poco sani
Al ristorante, dopo un elenco sterminato di portate zeppe di calorie vedete occhieggiare, in fondo, un'insalatina mista. È quasi certo che vi sentirete immediatamente autorizzati a essere un po' indulgenti con voi stessi ordinando un bel piatto di fritto misto. E lo farete tanto più facilmente quanto più siete tipi che tendono a esercitare molto autocontrollo: ve lo garantisce Keith Wilcox, un ricercatore della City University di New York. Che chiude il suo articolo sul Journal of Consumer Research scrivendo: «Noi consumatori vogliamo vedere a nostra disposizione cibi salutari, ma questo non significa che li sceglieremo».
SCELTE – La faccenda ha dell’ironico: possibile che davvero la sola presenza di un’opzione buona e sana sul menu ci spinga a mangiare schifezze? Potrebbe essere la spiegazione del fatto che il girovita degli americani continua a crescere, nonostante le innumerevoli campagne condotte il quel Paese abbiano aumentato molto la disponibilità di cibi meno trash di hamburger grondanti grasso, hot dog e patatine. Lo pensa Wilcox, che assieme a colleghi di altre due università statunitensi ha messo in piedi uno studio semplice semplice: ha preso alcuni volontari e, dopo averne valutate le caratteristiche comportamentali attraverso un questionario, li ha piazzati davanti a un menu di contorni che metteva a scelta fra patatine fritte, bocconcini di pollo (ebbene sì, negli Stati Uniti li considerano alla stregua di un contorno) e patate arrosto, con l’avvertenza che tutti costavano allo stesso modo e quindi la scelta poteva essere fatta senza pensare al risparmio. La maggioranza, soprattutto quelli con maggior autocontrollo, ha evitato il piatto considerato meno salutare, le patatine fritte. Il test è stato ripetuto su un secondo gruppo, ma stavolta al menu è stata aggiunta una indubitabilmente salutare insalata. Sorpresa: la maggioranza ha scelto le patatine fritte. E lo hanno fatto in massa soprattutto i partecipanti dotati di maggior autocontrollo. Incredulo, Wilcox ha ripetuto il test mettendo a scelta i volontari fra un cheeseburger al bacon, un sandwich al pollo e un panino a base di pesce, inserendo poi in un secondo momento come opzione sana un panino vegetariano. Stesso risultato: al primo round tutti riconoscevano nel superimbottito cheeseburger il cibo meno salutare, ma appena compariva il panino vegetariano si lanciavano sopra al sandwich-schifezza senza troppi rimorsi. Diventavano insomma un po’ più indulgenti con se stessi.
AUTOCONTROLLO – Come si può «deragliare» così tanto dalle buone intenzioni? «Facciamo tutti del nostro meglio per scegliere bene nelle situazioni in cui è difficile farlo. Quando però compare un’opzione salutare che potrebbe aiutarci a far bene abbassiamo la guardia, e questo succede più facilmente se siamo inclini a esercitare molto autocontrollo su noi stessi», dice Wilcox. Che tira in ballo, per spiegare questo comportamento, il meccanismo del «raggiungimento di un obiettivo vicario». «Chi eccelle nel self-control è molto abile a restare concentrato su una meta, focalizzandosi solo su quella: se ad esempio deve finire un lavoro, è più bravo degli altri a rifiutare un invito al cinema – spiega il ricercatore –. Quando si tratta di cibo, i "controllati" sono bravi a resistere a un gelato o a un panino calorico. Se però hanno a disposizione un’opzione più sana, si autoingannano e credono di aver già raggiunto l’obiettivo di mangiare corretto, anche se non è vero. Una volta convinti di aver in qualche modo atteso al loro scopo di mangiar sano per il solo fatto di aver letto sul menu un cibo salutare, si danno il permesso di cedere a un peccato di gola. Non attivano cioè la loro normale reazione per il raggiungimento dell’obiettivo in risposta alla “minaccia" alimentare». Nella vita vera, peraltro, i menu sono ben più vari e ricchi di piatti calorici e pieni di grassi: di fronte a una girandola di golosità, la tentazione di scegliere sempre il peggio può avere effetti ben poco graditi sul girovita e la salute. «Il meccanismo del “raggiungimento dell’obiettivo vicario”, inoltre, agisce anche in modo più sottile: se ad esempio ci siamo allenati in palestra, siamo più inclini a concederci un dessert o a cedere a tentazioni culinarie che normalmente lasceremmo perdere – aggiunge Wilcox –. Non possiamo farci granché, se non esserne consapevoli e tenere la guardia sempre alta se vogliamo fare scelte sane in ogni occasione. Anche perché il meccanismo è più accentuato in chi ha molto autocontrollo, ma vale per tutti: chiunque deve fare attenzione». Pare proprio che sia l’ora di smetterla di brontolare perché non ci sono cibi abbastanza sani sul menu quando si va a cena al ristorante: il vero pericolo siamo proprio noi, con le nostre debolezze e le nostre evidentemente irrefrenabili pulsioni da ghiottoni.
(fonte corriere.it)
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Una prima colazione abbondante e ricca di proteine riduce la fame e il consumo di calorie durante il giorno
MILANO - Il mattino ha l'oro in bocca. In senso più letterale di quanto potrebbe far supporre il proverbio: quanto e cosa mangiamo a colazione, infatti, ha un effetto su tutto il resto della giornata. Secondo diversi studi presentati al congresso Experimental Biology 2009 , a New Orleans, fare una buona colazione aiuta infatti a tenere sotto controllo la fame durante il giorno e a contenere l'introito calorico. Sì anche alle proteine di primo mattino, che parrebbero particolarmente efficaci nel ridurre l'appetito negli adolescenti; promosse pure le uova, tipiche della tradizione anglosassone, che secondo i dati presentati a New Orleans non solo non fanno male, ma aiutano a sentirsi sazi più a lungo e a mangiar meno a pranzo.

FAME – I dati arrivano da varie ricerche discusse durante il congresso statunitense. Uno studio condotto da ricercatori della Kansas University, ad esempio, ha indagato gli effetti di diversi tipi di prima colazione fra gli adolescenti, mettendo a confronto quelli che saltavano il pasto del mattino con quelli che sceglievano una colazione ricca di carboidrati o una a base di proteine (entrambe per un totale di circa 500 calorie, perciò molto abbondanti). Chiaro il risultato: i ragazzi che non rinunciavano alla colazione consumavano meno calorie a pranzo e avevano meno fame durante il resto della giornata, perché continuavano a sentirsi più sazi. Del resto non è ormai un mistero per nessuno: anche il Nationwide Food Consumption Survey statunitense ha dimostrato, poco tempo fa, che saltare la prima colazione si associa a un indice di massa corporea mediamente maggiore. Particolarmente efficaci nel ridurre l'appetito durante il resto del giorno le proteine introdotte di primo mattino, ad esempio con le uova.
UOVA – Gli studi presentati a New Orleans sono infatti anche una sorta di riabilitazione a tutto campo dell'alimento principe della prima colazione continentale: secondo un altro studio, condotto da Maria Luz Fernandez dell'Università del Connecticut, anche gli adulti tengono meglio sotto controllo fame e introito calorico nel resto della giornata se al mattino si sono concessi una ricca colazione, con tanto di uovo (magari semplicemente sodo e non fritto). Mettendo a confronto una colazione ricca di carboidrati e una ricca di proteine, a parità di calorie, le proteine sarebbero infatti più sazianti e aiuterebbero perfino chi è a dieta: la Fernandez ha citato infatti uno studio apparso di recente sull'International Journal of Obesity secondo cui chi è a dieta e mangia uova a colazione perde il 65 per cento in più del peso rispetto a chi sceglie pane e simili.
EFFICIENZA - Dobbiamo rivedere la tipica colazione mediterranea? «Le proteine a colazione saziano a lungo, è indubbio, ma poi fanno anche addormentare – commenta Carlo Cannella, direttore dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN) –. Uova, bacon, salsicce e simili, tanto graditi agli anglosassoni, faranno pure consumare meno calorie nel resto della giornata ma di fatto è come anticipare la cena al mattino: essendo infatti pesanti da digerire, riducono l'efficienza durante la mattinata». Non dobbiamo barattare la nostra colazione mediterranea con le scelte anglosassoni, quindi? «Latte, yogurt, pane, miele e marmellate, frutta sono cibi ottimi: danno energia e non impegnano troppo la digestione. Se poi vogliamo esagerare, un uovo di tanto in tanto può pure andare bene».
GRASSI – Di certo infatti fra tutti i cibi proteici del breakfast all'americana le uova sono le più sane: con appena 70 calorie offrono proteine nobili, vitamine e minerali in quantità. Ma non rischiano di far aumentare il colesterolo con tutto quel che ne consegue? Secondo un'altra ricerca discussa a New Orleans, niente affatto: chi consuma uova al mattino non ha un profilo lipidico diverso da chi non le mangia, il colesterolo totale è del tutto simile. E un'analisi condotta su dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) tranquillizza: chi mangia molte uova in generale non ha un maggior rischio cardiovascolare e anzi, uomini e donne che ne consumano da una a sei alla settimana vedono ridurre il proprio rischio di ictus e la mortalità complessiva. Insomma, volendo “far gli americani”, al mattino possiamo concederci un ovetto. Ma è comunque meglio non aggiungerci bacon, formaggi e salumi.
La febbre può agire su cancro e tumore. Parlano gli esperti
LUIGI MONDO E STEFANIA DEL PRINCIPE
Chi lo dice che la febbre fa male? Probabilmente non lo ha mai detto nessuno, ma nella cultura occidentale si "usa" abbassare la febbre. La maggior parte delle persone infatti utilizza antipiretici - farmaci che riducono la temperatura corporea - non appena questa supera i 38° C.
Ma è giusto sopprimere quella che è una difesa naturale dell’organismo contro gli agenti patogeni? Secondo uno studio del 2006 pubblicato sulla rivista "Nature Immunology", la febbre è in grado di raddoppiare il numero di linfociti T (le cellule che fungono da "scudo" protettivo contro virus e batteri) presenti nei linfonodi. Tutte le sostanze di difesa del nostro organismo sembrano essere in grado di funzionare solo in ambiente caldo. Addirittura, secondo alcuni studi, mentre il nostro sistema immunitario ci sta difendendo attraverso l’ausilio della febbre contro diversi microorganismi, sembra produrre anche fattori antitumorali.
«Il meccanismo della febbre è una difesa dell'organismo contro le aggressioni. Le cellule del sistema immunitario vengono stimolate dal calore a produrre citochine, cioè sostanze che combattono tutto ciò che è alterato rispetto alla norma (cellule malate, virus, batteri). Spaventa le persone perché dà malessere. Difatti le sostanze liberate dal sistema immunitario danno uno stato di malessere generale accompagnato spesso da inappetenza. La febbre andrebbe combattuta solo quando, troppo elevata in tutto l'organismo, può dare problemi» spiega il dr. Carlo Pastore, specialista in oncologia medica e perfezionato in Ipertermia Clinica Oncologica.
«Le reazioni infiammatorie e febbrili nei confronti di agenti intossicanti e infettivi sono da considerarsi reazioni “biologicamente opportune”, cioè salutari e orientate alla distruzione ed eliminazione dell’agente aggressore» afferma il dr. Francesco Perugini Billi «Il processo di calore mette i tessuti e tutto l’organismo nelle condizioni di reagire nel modo migliore possibile. Gli enzimi e molte altre sostanze di difesa prodotte dalle cellule funzionano solo in un ambiente acido e caldo. Inoltre, mentre il nostro corpo reagisce verso un’infezione, contemporaneamente produce anche fattori antitumorali. "Raffreddare" in modo intempestivo l’organismo con farmaci antipiretici, antinfiammatori e antibiotici potrebbe non essere sempre una buona idea. Sulle lunghe, questo processo di calore non adeguatamente espresso potrebbe dar via a malattie più “fredde”, striscianti, poco sintomatiche, almeno inizialmente, come lo sono le malattie degenerative, sclerotiche e tumorali», prosegue Perugini Billi.
È evidente, quindi, che non sempre è corretto adoperare farmaci antipiretici e che questi andrebbero usati solo quando strettamente indispensabile.
«Alla luce di quanto detto, appare quanto mai sbagliato tacitare tout court una febbre o un'infiammazione. I farmaci naturali (omeopatia, fitoterapia ecc.) possono rappresentare uno straordinario aiuto nella maggioranza di questi processi. Lasciano che la “reazione biologicamente opportuna” possa esprimersi in modo adeguato ed efficace, tenendola sotto controllo, ma senza mai sopprimerla e spesso evitando le complicazioni. A questi farmaci naturali il medico può aggiungere, per esempio quando la febbre è troppo alta o ci sono gravi infezioni, dei farmaci allopatici (antipiretici, antibiotici ecc.)» continua il dr. Francesco Perugini Billi.
Sembra vi sia anche una relazione tra febbre, tumore e malattie degenerative. «Diversi studi hanno indagato la relazione febbre-tumore. Uno di questi ha preso in considerazione 603 pazienti affetti da melanoma e li ha comparati con 627 persone sane. I ricercatori hanno verificato che esisteva una relazione inversa tra tumore e febbre. Infatti, il rischio di melanoma si riduceva del 40% tra coloro che avevano avuto tre o più infezioni accompagnate da una febbre che superava i 38.5°C (Melanoma Res. 1999; 9:511-9). In una meta-analisi si è indagato il rapporto tra infezioni e morte per tumore in Italia tra il 1890 e il 1960. E’ stato calcolato che una riduzione del 2% delle infezioni si accompagnava a un incremento del 2% di tumori nella decade successiva (Eur J Epidemiol 1999; 14:749-54)» spiega Perugini Billi «La comparsa di febbre è anche alla base dei casi di spontanea guarigione da tumore. Su questo si è scritto e discusso fin dal 1700. Secondo il dr. Rohdenburg, che pubblicò un esauriente studio nel 1918, la maggioranza delle guarigioni spontanee si accompagna a episodi acuti con febbre molto alta. Spesso si trattava di erisipela, un’infezione da streptococco, ma sono stati osservati anche casi di tubercolosi acuta, varicella, polmonite e malaria (J Cancer Res, 1918; 3193-225). Anche il dr. William Coley (1862-1936) fu testimone di una clamorosa guarigione spontanea in un caso di cancro avanzato della gola. Il paziente si riprese perfettamente dopo un’infezione di erisipela. L’interesse per il fenomeno fu tale che Coley mise a punto la sua famosa "tossina": un miscuglio di due batteri, Streptococcus pyogenes e Serratia marcescens, che iniziò ad usare con i suoi pazienti tumorali fin dal 1893 (Am J Med Sc, 1893;105:487-511). Negli USA, la "tossina di Coley" fu poi riconosciuta come farmaco per la ricerca clinica solo nel 1963. La letteratura riporta altri esempi di guarigione dal cancro in seguito a febbre e infezione. Per esempio, nelle remissioni spontanee da leucemia infantile la febbre si è manifestata nell’80% dei casi (Am J Med 1951; 10: 238-9), mentre nelle remissioni da melanoma la febbre era presente nel 31% dei casi (Onkologie, 1998; 21: 14-8). La sensibilità delle cellule tumorali nei confronti del calore è cosa nota da tempo. Per altro, questa sensibilità è decisamente superiore a quella delle cellule sane. Quando la temperatura si porta da 37°C a 42°C, inizia una vera e propria moria di cellule cancerose. Questo effetto è attualmente sfruttato dalla terapia Ipertemica antitumorale, che in sostanza si sostituisce alle stesse capacità dell’organismo di produrre una salutare reazione febbrile. Inoltre, diversi studi hanno anche dimostrato che cellule tumorali sottoposte per circa sei ore ad una temperatura di 41°C iniziavano a produrre linfociti T, che sono fondamentali per le difese immunitarie (Int Immunol, 2003;15:1053-61)» conclude Perugini Billi.
In Italia vi sono alcuni centri specialistici che curano i tumori proprio con una sorta di febbre indotta. Tale terapia viene definita Ipertermia. Si tratta di una terapia non invasiva effettuata con un apparecchio che produce una radiofrequenza allo scopo di direzionare il calore direttamente sull’organo malato. Il Synchrotherm RF 13.56, questo il nome dell’apparecchio, provoca un riscaldamento localizzato a una temperatura di circa 42°-43° C. «L'ipertermia è impiegata nella cura dei tumori poiché le cellule tumorali avendo una membrana aberrante temono il calore. La loro membrana cellulare non riesce a smaltirlo adeguatamente e quindi si innesca un meccanismo di morte cellulare denominato apoptosi. Inoltre localmente il danno da chemioterapia e/o radioterapia concomitante viene amplificato. Non da ultimo il calore attiva localmente le cellule del sistema immunitario potenziando la risposta contro il tumore. Può essere impiegata nella cura di tutti i tumori solidi a patto che non vi sia imponente versamento ascitico o pleurico» spiega il dr. Carlo Pastore.
Per maggiori informazioni:
- dott. Francesco Perugini Billi
Medico Chirurgo, specializzato in Fitoterapia, Ayurveda e Omeopatia
www.dottorperuginibilli.it
info@dottorperuginibilli.it
Studio medico a Roma, Assisi, Bergamo;
- dott. Carlo Pastore
Specialista in Oncologia medica e perfezionato in Ipertermia Clinica Oncologica
Centro ITR di Ipertermia Oncologica
Viale Battista Bardanzellu, 95 – 00100 Roma
www.ipertermiaroma.it
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Il volontariato è un buon modo per aiutare gli altri e, allo stesso tempo, aiutare se stessi.
Ricercatori americani, infatti, suggeriscono che le persone – e in particolare gli anziani – che fanno volontariato vivono più a lungo.
Lo studio, presentato ai primi di maggio 2009 al meeting annuale dell’American Geriatrics Society tenutosi a Chicago ha evidenziato come l’attività di volontariato sia un efficace metodo predittivo della diminuzione di mortalità tra gli anziani, anche tenuto conto di diversi fattori condizionanti.
I ricercatori fanno notare che precedenti studi avevano già suggerito un collegamento tra l’attività di volontariato e un miglioramento nel tasso di mortalità, ma non prendevano in considerazione tutte le possibili variabili come, ad esempio, lo stato socio-economico, le condizioni di salute e altri fattori.
Per evitare confusione e per ottenere dei dati più reali, i ricercatori dell’Università della California di San Francisco e del San Francisco VA Medical Centre, si sono assicurati di analizzare persone sane al momento dell’indagine. Nonostante siano stati tenuti in considerazione molti dei fattori potenzialmente influenzanti come le condizioni di salute e l’impatto socio-economico, i risultati preliminari hanno già mostrato un ridotto tasso di mortalità.
Lo studio ha coinvolto 6.360 pensionati di età superiore ai 65 anni già oggetto dell’Health and Retirement Study (HRS) del 2002. Questo studio è considerato rappresentativo della popolazione degli anziani negli Stati Uniti. L'età media delle persone era di 78 anni, di cui il 60% di sesso femminile.
Ai partecipanti è stato detto di compilare un questionario che comprendeva domande riguardanti l’eventuale attività di volontariato presso centri religiosi, educativi, organizzazioni caritative o sanitarie. In più sono stati sottoposti a esami per valutare lo stato di salute, sia fisica che psichica.
I risultati hanno riportato che tra le morti avvenute nel tempo il 12% apparteneva al gruppo che si dedicava al volontariato, mente il 26% al gruppo che non lo praticava.
I ricercatori suggeriscono che la più bassa mortalità può essere dovuta anche a una maggiore autostima che questo genere di attività promuove, grazie anche alla rete di contatti sociali che ne consegue. Il fatto di sentirsi ancora utili rende le persone più attive e vitali: questo potrebbe tradursi in maggiore senso di benessere psico-fisico che ha un’influenza sulla salute in generale.
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Anche altri provvedimenti funzionano: sì a un intervento a tutto tondo, basato sulle esigenze di ciascuno
Meglio della vitamina D, meglio delle modifiche per rendere sicura la casa: per gli anziani con le ossa fragili l'esercizio fisico regolare (ovviamente adeguato alle capacità e necessità di ciascuno) è ad oggi il modo migliore per prevenire le cadute e quindi le fratture. La conferma della bontà del movimento nella terza età arriva da una revisione degli studi condotti sull'argomento della Cochrane Collaboration, un ente internazionale che si occupa della valutazione indipendente delle ricerche scientifiche.
REVISIONE – Corposa la mole di dati analizzata dai ricercatori, guidati da Lesley Gillespie dell'università di Otago in Nuova Zelanda: ben 111 sperimentazioni cliniche per un totale di 55.303 persone coinvolte. Fra gli studi sono state incluse ricerche che prendevano in considerazione anche altri provvedimenti mirati a ridurre la probabilità di cadute negli anziani, ad esempio supplementi di vitamina D per la salute delle ossa e dei muscoli, modifiche dell'ambiente domestico per renderlo più sicuro o anche la chirurgia della cataratta per migliorare la vista. Tutti interventi utili: la vitamina D ad esempio serve (solo però nei soggetti con deficit), lo stesso togliere gradualmente sonniferi o ansiolitici, mentre cambiare arredi e stanze aiuta solo le persone più ad alto rischio di cadute. Ciò che però fa la differenza, fra tutti i metodi di volta in volta messi alla prova, è il movimento: convincere gli anziani a partecipare a programmi di attività fisica e soprattutto mettere in atto trattamenti a tutto tondo basati sulle necessità individuali (in cui cioè si prevede un mix dei provvedimenti possibili ma non manca mai l'esercizio) riduce la probabilità di cadute e di fratture molto più di qualsiasi altro intervento da solo.
MOVIMENTO – Le cadute non sempre hanno conseguenze gravi e non necessariamente l'esito è la frattura, che avviene in circa il 20 per cento dei casi; spesso però cambia la qualità della vita e dopo una caduta persone fino a quel momento energiche possono finire per evitare qualsiasi attività per paura e per la perdita di fiducia in loro stesse. Da qui l'importanza della prevenzione: l'esercizio, secondo tutti i dati, agisce migliorando la forza, la flessibilità, la resistenza e l'equilibrio. «I tipi di esercizio che si sono rivelati utili sono vari: dalle attività di gruppo sotto supervisione di un allenatore, al Tai Chi, agli esercizi prescritti individualmente, da fare a casa propria – spiega Lesley Gillespie, l'autrice della revisione –. La ricerca prosegue per capire quali componenti del programma di attività fisica sono cruciali per l'efficacia preventiva nei confronti delle cadute. A breve uscirà anche un'ulteriore revisione Cochrane sull'efficacia degli interventi attuati in anziani ricoverati in ospedale o che vivono in residenze assistite: da ciò che abbiamo visto, infatti, differenze nella tipologia di pazienti e di strutture sanitarie che se ne occupano comportano differenze nei risultati dei programmi di allenamento».
VITA REALE – La Gillespie accenna a un problema ben più vasto, di cui riferiva poco tempo fa uno studio apparso sul Journal of the American Geriatric Society: secondo gli autori, un gruppo di geriatri dell’Università di Maastrict in Olanda, i programmi di prevenzione delle cadute negli anziani spesso e volentieri non funzionano granché. Perché, scrivevano, «C’è molta differenza fra ciò che si ottiene nelle sperimentazioni cliniche grazie alla versione “ideale” degli interventi di prevenzione e quello che accade nel mondo reale, dove spesso efficacia e fattibilità dei programmi si riducono parecchio». Come dire che sulla carta tutto può funzionare, diversa è la vita vera. Dove, secondo gli esperti olandesi, per ottenere un risultato bisogna mettere in campo più di un provvedimento, come suggerisce del resto anche la revisione Cochrane: visto che le cadute hanno molte cause, occorre provare a intervenire su tutti i fronti tenendo comunque ben presente che l'attività fisica è imprescindibile. E chissà che così davvero non si riduca il numero degli anziani che cadono e si fanno male: ogni anno ben un terzo degli over 65 ha un incidente di questo tipo, secondo i dati dell’ultimo Piano Nazionale delle Linee Guida sul tema, e fra chi è ospite di strutture assistenziali la percentuale è ancora più alta.
(fonte corriere.it)