Anziani: la crisi del Welfare State è collegata alla crisi della famiglia

Oggi la vecchiaia è diventata un grande tabù della nostra epoca, tanto che si cerca di rimuoverla, perché non siamo capaci di guardare ad un orizzonte di senso che traguardi al di fuori del tempo della vita. Anche i simboli spirituali ci dicono che non si fa una commistione tra fede e medicina. Ma una certa centralità di un divino incarnato, contenuta nella tradizione cristiana, è fonte di una terapia per la quale, adorando un Dio sofferente, che si è fatto carne, si dà al dolore una dimensione di rispetto, di attenzione e di amore che non può essere compresa interamente dagli esseri umani.

Ci sono diversi tabù, di cui uno è la morte. Infatti, appena pronunciamo la parola morte facciamo riti o gesti apotropaici, come il fare le corna, in quanto l’idea della morte è intollerabile. Non essendoci una cultura della morte e una condivisa idea dell’Oltretomba, la morte è diventata impronunciabile. E tutto ciò che si accompagna alla morte, come il tema della senescenza, ci induce a cancellare dalla nostra percezione qualsiasi segno corporeo che rimandi alla vecchiaia.

È vero che già Seneca diceva ipsa senectas morbus, la vecchiaia stessa è una malattia, ma la stagione della senescenza dovrebbe essere contrassegnata dalla saggezza, dalla pacatezza, dalla ragione e, forse, dalla benevolenza. È pur vero che la psicogeriatria insegna che il momento del senex è il momento della radicalizzazione dei tratti del carattere. Lo spiega bene James Hillman, psicoanalista junghiano, nel suo libro Senex e puer: nella vecchiaia ogni tratto, anche ogni difetto, si accentua: chi era generoso diventa prodigo, chi era avaro diventa avido.

Oggi siamo passati ad un momento storico in cui la piramide demografica ha subito un capovolgimento. Prima c’erano tanti bambini e ragazzi, un certo numero di adulti e pochi anziani, mentre oggi ci sono tanti vecchi e pochi bimbi. Ciò ci rende più deboli e allo stesso tempo più forti. Ciò ci ricorda che i vecchi sono sempre gli altri. Quindi, alla fine gli anziani non esistono. E non si tratta esclusivamente di salute ma soprattutto di percezione e atteggiamento di sé.

Le case di risposo non dovrebbero avere questo nome ma dovrebbero chiamarsi ‘case dell’umano’. La casa di riposo è una casa di accoglienza grazie ad un amore nelle mani di un Dio che si fa bambino e fragile. Jung diceva che la vecchiaia è il momento della massima creatività degli uomini, come il vino che diventa buono se invecchia bene.

In fondo, siamo tutti disabili in itinere. Infatti, tutti siamo destinati a perdere ad una ad una ogni funzione di autonomia che oggi ci permettono di agire e di muoverci. La disabilità delle disabilità è la vecchiaia, che è appunto una malattia.

Oggi il grande problema della programmazione politica è la terza età. Tale morbo si lega al tema della solitudine. Si parla della necessità di andare oltre l’idea tardo-ottocentesca secondo cui il Welfare State sia uno stato sociale funzionante attraverso il principio elementare del prelievo fiscale, che determina una quota di spesa che la collettività devolve per i meno fortunati. È il sistema perequativo di tutte le società. C’è una quota di reddito che tutti ritengono debba essere dedotta dalle potenzialità finanziarie di ciascuno per essere devoluta a sostegno di coloro che progressivamente perdono delle autonomie o delle abilità sociali. Tale quota di spesa ha avuto rilevanze diverse in ogni società.

Oggi il Welfare State è in crisi, perché è inefficiente. La crisi si verifica tra il prelievo fiscale e l’erogazione della spesa. La risposta a questo problema è la sussidiarietà, che consiste nell’avvicinare il luogo e la generazione delle risorse economiche al luogo e alle risorse in cui vengono spese. Ma ci sono pro e contro. Il contro è determinato dal fatto che la generazione delle risorse e l’erogazione della spesa nello stesso luogo e da parte delle stesse persone tende a formare delle incrostazioni di corporativismo, consociazione locale. Ma la sussidiarietà è solo la prima risposta all’inefficienza.

Poi, c’è la legge che io chiamo la legge del 7%. Oggi noi sappiamo che in tutti i sistemi di Welfare europei di Stato sociale c’è un tasso annuo di crescita del 7% per la spesa destinata alla disabilità, alle malattie croniche e agli anziani. Che cosa determina questo incremento progressivo e irrefrenabile? Innanzi tutto, c’è la crescita di età media della popolazione. È chiaro che i costi assistenziali di una persona ultrasessantenne sono maggiori rispetto a quelli terapeutici di una persona di vent’anni. Inoltre, la solitudine mette sempre più in crisi quelle forme di Welfare comunitario che rappresentavano un potente fattore di protezione della spesa. Se un anziano con progressiva disabilità, perdita di autonomia, viene gestito in famiglia, è chiaro che i costi sono abissalmente diversi rispetto a quelli di una casa per anziani. Infatti, la famiglia è tra tutte le misure di Welfare la prima e la fondamentale.

Non si possono mai disgiungere i discorsi sullo stato sociale dalle discussioni sulla famiglia. La crisi della famiglia e dello stato sociale vanno di pari passo. I nostri costi assistenziali sono in crescita così vertiginosa proprio perché le famiglie sono in crisi. Due single producono costi sociali e assistenziali sostanzialmente doppi rispetto a quelli di una famiglia tradizionale.

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